La lotta di classe non conosce frontiere: o vinciamo internazionalmente, o perdiamo patriotticamente

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Licenziamenti, tagli della spesa sociale, crescente disoccupazione giovanile, rapporti di lavoro precari, innalzamento delle tasse per i più poveri come anche riduzione della pensione e dei servizi sociali per tutti e per ognuno. Nel così detto “evoluto” mondo capitalista, la soluzione della crisi è ovunque uguale. In molti sentono, comprese alcune parti della classe dominante e lo ammettono senza mezzi termini, che il peggio deve ancora venire. L’attacco alle nostre condizioni di vita e di lavoro continuerà per anni se noi lo permettiamo. La crisi è ben lungi dall’essere passata. Questa non è solamente una crisi del debito o una crisi delle banche, è una crisi strutturale che cresce da decenni (di fatto dalla fine del sistema di Bretton Woods 1973). Al contempo è da trent’anni a questa parte che la classe lavoratrice sta sulla difensiva. Solo nei paesi colpiti pesantemente dalla crisi come la Grecia e la Spagna si levano segnali di resistenza. Per soffocarli dal principio i capitalisti di quei paesi sono quelli che attaccano con più violenza. Sanno fin troppo bene come finirci.

Oggi sono i colleghi in Grecia che devono sanguinare per la crisi, domani toccherà ai prossimi. Nessun raggiro gli vale lo scrupolo. Ai lavoratori in Germania cercano di ficcare in testa che la crisi è dovuta allo standard di vita della popolazione greca. Al contrario, alle persone in Grecia viene raccontato che sono i tedeschi a voler marciare sulla miseria della popolazione greca. E’ chiaro: La classe dominante dei nostri due paesi tenta di dividerci. Tentano di metterci uno contro l’altro. Se ci mettiamo le mani nei capelli a vicenda, non possiamo difenderci contro la loro oppressione. L’idea di “Nazione” è la loro arma più importante. Nasconde il carattere di classe del sistema capitalista e dà l’impressione che le circostanze attuali siano espressione dell’interesse del «popolo», tutto. Ma noi non dobbiamo farci dividere. Un attacco a uno è un attacco a tutti noi. Noi potremo difenderci dagli attacchi mondiali alla nostra condizione di vita solo se ci difendiamo a vicenda, se facciamo diventare parte della nostra lotta la resistenza contro le politiche di austerità della classe dominante. Dobbiamo negare con fermezza ogni ideologia nazionalista e trovare strade di congiunzione che vadano oltre il muro della età, del lavoro e del settore per unire egualmente i salariati ai disoccupati.

Per realizzare questa unità dobbiamo rompere con la Politica con la P maiuscola e con la fissazione nazional-statale che fa da cornice ai vecchi sindacati e partiti che puntano alla contrattazione ed ai compromessi con l’ordine precostituito. Il nostro obbiettivo consiste nel fatto che la classe lavoratrice decida autonomamente sugli obbiettivi delle proprie lotte e che l’organizzazione di queste lotte rimanga ben salda nelle sue mani. Perciò dobbiamo sviluppare delle proprie forme di organizzazione, come ad esempio i Comitati di sciopero, che devono sottostare al controllo delle assemblee di massa e di tutti i suoi partecipanti. Secondo, dobbiamo diventare coscienti che questa lotta deve prendere una direzione. Il capitalismo non ha più nulla da offrirci oltre a maggiore sfruttamento, miseria e guerra.

L’unica soluzione è una società nella quale i soldi, lo sfruttamento e il profitto siano superati e aboliti e nella quale la produzione sia in armonia con l’uomo e la natura. Una società nella quale i mezzi di produzione siano socializzati e non siano più in mani statali e/o di capitalisti privati. Si tratta di una società completamente nuova, una “associazione di liberi produttori”, nella quale si produce per il soddisfacimento dei bisogni umani e non per il profitto. Una società senza nazioni, stati, frontiere e guerre. Questo è il comunismo che noi intendiamo!

Non prenderà forma durante la notte. Davanti a noi si preannuncia una lunga lotta. Si tratta di mostrare ai nostri colleghi un’alternativa al capitalismo e di organizzarci per combattere e sconfiggere la classe dominante. Ciò necessita una cornice organizzativa. Nella nostra comprensione ciò può essere solo realizzato da una struttura politica, una organizzazione internazionale internazionalista e rivoluzionaria. Internazionale perché il capitalismo può essere combattuto e vinto solo su scala globale; internazionalista perché il rifiuto di ogni ideologia nazionalista è la base fondante per la realizzazione dell’unità di classe; rivoluzionaria, perché solo nella rottura radicale col capitalismo, sta la prospettiva non solo di vivere con umana dignità bensì anche di vivere da uomini. Invitiamo tutti coloro che si identificano con questa prospettiva a prendere contatto e discutere con noi.

Atene/Berlino, 10 novembre 2012

Internationalist Comrades (Grecia) https://engymo.wordpress.com

Gruppe Internationaler SozialistInnen (Germania) http://gis.blogsport.de

http://www.leftcom.org

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